Covid “inglese”, Italia infettata
Il nuovo ceppo del Covid-19, che ha avuto la sua origine nel sud dell’Inghilterra, ha raggiunto l’Italia, dove si registrano già 13 casi.
In Veneto si registra un caso, come comunicato dal presidente della Regione Luca Zaia. La scoperta, ha spiegato il governatore, è stata fatta la Vigilia di Natale dall’Istituto zooprofilattico delle Venezie. “Abbiamo scientificamente dimostrato che il virus estivo non c’entrava niente né con quello della prima fase né con quello di adesso”.
Primo caso anche in Lombardia, accertato ad Arsago Seprio, in provincia di Varese. A comunicarlo è stato il sindaco del paese, Fabio Montagnoli. Si tratta di un arsaghese rientrato di recente dalla Gran Bretagna. La persona si era sottoposta a tampone nei giorni scorsi. Ha dei sintomi ma è in buone condizioni e si trova in isolamento.
La variante inglese è stata identificata anche in Abruzzo. Nel corso delle attività di diagnosi e caratterizzazione genomica dei ceppi Sars-cov-2 circolanti nella Regione Abruzzo, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise ha identificato la cosiddetta “variante inglese” del virus in un paziente della provincia di Chieti.
Tra i 115 tamponi positivi per il SARS-CoV-2 eseguiti negli ultimi mesi in Regione Campania dall’Istituto Zooprofilattico, è stato possibile analizzare anche 6 tamponi recentemente ottenuti presso l’aeroporto di Capodichino in persone provenienti da Londra: in tutti è stata riscontrata la presenza della variante inglese di SARS-Cov2, sulla quale rimangono ancora molti aspetti scientifici da chiarire per valutarne l’effettivo impatto sulla salute pubblica.
Scendendo più a sud, il 21 e 22 dicembre sono pervenuti a Foggia, all’Istituto Zooprofilattico sperimentale di Puglia e Basilicata, i tamponi di due pazienti pugliesi, provenienti dal Regno Unito e risultati positivi al test per Covid.
La variante inglese del coronavirus è più insidiosa perché si trasmette facilmente anche con una carica virale più bassa. Secondo gli esperti, la velocità di trasmissione del “virus inglese” è tra il 70 e l’80 per cento più elevata di quello tradizionale.

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